Foto: Handout / ISINNOVA / AFP

Lidia Baratta

Andrea Fioravanti

11 Aprile 2020

Le storie dei trentenni che hanno attraversato lo tsunami della crisi finanziaria e ora si ritrovano nella recessione da coronavirus. Che cosa pensano quelli descritti come “resilienti” e “rassegnati”, che ora dovranno partire da zero

«Mi sono laureato in Scienze della comunicazione nel settembre 2007, due mesi prima che scoppiasse la Grande Recessione. Mi sono detto: “Va bene, mi iscrivo alla specialistica così passerà la crisi economica”. Ma quando l’ho terminata, nel 2010, ha iniziato ad avere i suoi primi disastrosi effetti in Italia». La storia di Nicola è quella di tanti millennial, una categoria da demografi, spesso citata a sproposito nel linguaggio comune.

Secondo l’Istat comprende i nati tra il 1981 e il 1995. La maggior parte è dei mitici anni Ottanta, quando chiunque in Italia sognava di fare i soldi e il lavoro era solo uno, quello a tempo indeterminato. Un miraggio per la generazione millennial, a cui è successo di tutto quando è arrivato il momento di entrare nel mondo del lavoro: crisi finanziaria, Lehman Brothers, contratti a mille euro, expat e cervelli in fuga. E ora che qualcuno cominciava a sperare che le cose si stessero in qualche modo per riprendere: il coronavirus. Con una seconda grande crisi globale che si prospetta all’orizzonte. Sconosciuta, incerta, indefinita.

Due crisi in dieci anni. Le partite Iva mal digerite, alle quali in fondo ci si era abituati, traballano. Quel lavoro sicuro e ormai logoro, che si era pronti a mollare, sembra improvvisamente un’isola felice. Avevano risalito la crisi finanziaria come i salmoni. E adesso è come fare dieci passi indietro. O forse no.

«Dopo contratti rinnovati di anno in anno, mi ero appena rimessa in gioco in un’altra città, Milano. Terminale perfetto per crederci», racconta Claudia, classe ‘83, 37 anni. «Ho iniziato a lavorare in un’agenzia di comunicazione. Anche qui con un contratto a progetto, che scade a fine mese. E che non verrà rinnovato. Sono abituata a mandare curriculum, fare colloqui. Un mese e mezzo fa non avrei avuto paura. Ma ora che succede? Ora non so quanto durerà questa impasse generale. Non dipende più dal mio curriculum, il che da una parte è un sollievo, ma dall’altra sembra un assurdo accanimento».

Secondo un sondaggio sugli effetti del coronavirus realizzato dall’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo e Ipsos su un campione di 20-34enni, per la maggioranza dei giovani italiani la condizione lavorativa è già peggiorata rispetto al già instabile periodo precedente. «I millennial», spiega Alessandro Rosina, docente di demografia dell’Università Cattolica di Milano, «sono la generazione del dopoguerra che maggiormente si è trovata con incertezze occupazionali e reddito basso e discontinuo».

E «i millennial italiani ora sono coloro che nel complesso rischiano di pagare di più l’impatto di due crisi, con ricadute verificatesi nella fase cruciale di entrata nel mondo del lavoro e di progettazione della vita adulta». Saranno i trentenni, ribadisce Rosina, «a veder maggiormente ridursi sia la possibilità di trovare lavoro sia il rischio di perderlo, in una fase della vita in cui tutto ciò si ripercuote pesantemente nel rischio di rinunce definitive sugli obiettivi personali e le scelte di vita». E anche «chi era riuscito a stabilizzare il proprio percorso professionale si trova ora con un quadro di forte incertezza che rischia di frenare le possibilità di carriera e rinviare scelte di autonomia e formazione di una propria famiglia».

In dieci anni l’indice di povertà assoluta degli under 35 è raddoppiato. Vent’anni fa i ventenni erano leggermente più ricchi degli over 65. Oggi, la ricchezza mediana netta delle famiglie composte da over 65 è dodici volte quella degli under 30. Una generazione in bilico tra prestiti d’onore, stage non retribuiti, contratti a termine e tanta visibilità. Una delle canzoni simbolo di questa generazione “resiliente” è “Tubthumping” della band inglese Chumbawamba, hit del 1997. Forse perché il testo fa «I get knocked down/But I get up again/You’re never going to keep me down» (Vengo mandato al tappeto/Ma mi rialzo/Non riuscirai mai a tenermi a terra).

«Dopo la laurea ho mandato oltre mille curriculum alle agenzie di comunicazione. Nella mia casella è arrivata solo una mail: una risposta automatica: “Grazie, visioneremo il suo cv”.  Ho dovuto inventarmi un lavoro. Come base avevo una collaborazione con una radio da 400 euro. Non nascondo che per anni ho fatto molti lavori gratis pensandoli come un investimento. Ma anche se ci fossero stati i soldi non mi avrebbero pagato», racconta Nicola.

«Tantissimi coetanei che si sono focalizzati nel fare la professione della loro vita – il giornalista, il regista, lo scrittore – aspettando la grande occasione, sono rimasti a casa. Per questo ho puntato a tutti i segmenti della comunicazione: giornalista locale, videomaker, creatore di siti e social media manager. Offrivo da solo quello che fa normalmente un’agenzia, ovviamente a prezzo inferiore. Non ho mai preso un lavoro grazie al fatto che fossi laureato, ma solo perché sapevo fare qualcosa. L’unico modo per ottenere uno stipendio decente: 900 euro, al netto delle tasse da partita Iva».

Dopo otto anni, arriva l’occasione della vita: un lavoro nell’ufficio marketing per una grande azienda. Ora, con il coronavirus è uno dei pochi a lavorare perché l’azienda sta puntando molto sulla comunicazione online, tutti gli altri sono in cassa integrazione.

Quella generazione descritta a seconda dei casi come “egoista”, narcisista ed egocentrica, “resiliente” o “rassegnata”, che scalpitava davanti a due minuti di ritardo della metro, pronta a comprare un volo low cost, una pizza o un tapis roulant, tutto con un clic, ha visto improvvisamente restringere i propri orizzonti. Confinati a casa, ci si è accorti di quanto fosse piccolo il monolocale in centro dove si tornava solo a dormire. E di quanto fossero davvero lontani genitori, amici, parenti.

«La cosa che preoccupa più i giovani è il lavoro, ma il paradosso è che non hanno la percezione di vivere peggio dei loro genitori o nonni. Gli under 30 non pensano di avere una qualità di vita inferiore o migliore dei pensionati. Nonostante i dati del World Economic Forum ci dicano che il nostro sistema pensionistico è uno dei più generosi al mondo, mentre il sistema di welfare a tutela dei più giovani è uno dei meno forti in Europa», spiega Lorenzo Newman, direttore di Learn More, società di ricerca che ha realizzato l’analisi Next Generation Italy sulla fascia 18-30 anni, in partnership con Quorum e commissionata dal British Council, che uscirà tra poche settimane.

Ma esser stati abituati all’incertezza, ai doppi lavori, ai contratti in scadenza, ai traslochi, alle valigie e all’instabilità in un momento in cui i punti di riferimento crollano potrebbe anche aiutare. «Non siamo la generazione abituata alle sicurezze e al posto fisso, probabilmente noi siamo meno turbati rispetto alle generazioni che ci hanno preceduto. Siamo abituati alla precarietà», dice Claudia. «Ma siamo anche la generazione degli attacchi di panico, delle ansie e della frenesia. Probabilmente questo periodo ci è servito per fermarci e prendere fiato».

Luisa, classe 1987, è una di quelle che non ha mai smesso di lottare. Lavora nel mondo degli abiti da cerimonia e moda sposi. Frequenta un’accademia di Alta Formazione, un master e lavora per varie aziende di moda, passando da uno stage all’altro. Impara dai migliori stilisti ma non può citarli nel curriculum perché viene pagata poco e niente con contratti atipici. La famosa visibilità. Vince concorsi e premi e, con qualche risparmio, apre nel 2014 un suo atelier di abiti da sposa e cerimonia.

«Facevo due vestiti da sposa al mese. E ci vogliono tre mesi in media se lo fai da sola, come me. Ma ho dovuto chiudere dopo poco tempo perché l’Inps ogni tre mesi chiedeva una cifra abominevole e da sola non riuscivo a pagare il costo per i macchinari. E dopo sei mesi mi hanno chiesto subito di rimborsare il finanziamento, senza neanche darmi il tempo di lanciare la mia attività».

Chiuso l’atelier, Luisa si barcamena con lavori da docente, lezioni private per aspiranti fashion designer e un lavoro in un atelier più grande. Poi però arriva il covid. La scuola che non le paga lo stipendio da gennaio sospende le lezioni. «I promessi sposi in lacrime hanno chiamato uno ad uno l’atelier dove lavoro per disdire le nozze fino a nuovo avviso. Non abbiamo la certezza neanche di essere pagati per i vestiti che stavamo già progettando. Per fortuna mio marito dopo sette mesi di disoccupazione ha firmato un contratto un mese prima del lockdown».

Allora è arrivata l’idea: con macchina da cucire in casa e tanto tessuto a disposizione, Luisa e la sua collega hanno iniziato ad assemblare mascherine per un’azienda che ha richieste da tutta Italia: 13mila ordini al giorno. «Ho 32 anni e non ho mai vissuto un momento in cui avessi una maternità e una malattia pagata. Ho lavorato fino al nono mese di gravidanza. Ma sono felice, non mi lamento. Faccio di necessità virtù. Io la crisi ce l’ho avuta ogni anno da quando ho 14 anni, l’età in cui ho iniziato a lavorare. Non so quando la crisi finirà e non voglio pensarci. Ora bisogna solo sopravvivere».

Ettore, 34 anni, è mezzo fotografo e mezzo architetto. Un autonomo puro, tra i più colpiti dal lockdown. Niente stipendio fisso: se non lavori, non guadagni. «Con il mio lavoro sono abituato all’instabilità e alla precarietà sotto tutti i punti di vista», dice. «Certo, in questo periodo ho lavorato di meno, viste le restrizioni negli spostamenti e i tanti matrimoni annullati. Ma credo che il coronavirus possa rimettere di nuovo tutto in gioco. La gente è stata costretta in casa e si è guardata intorno. Magari molti si sono accorti che avrebbero preferito qualche comodità in più. Quando tutto sarà finito, sono pronto a scommettere che ci sarà qualcuno che vorrà ristrutturare, cambiare il colore di quella parete perché lo sfondo della videochiamata faceva schifo. E chi ha dovuto rinunciare a sposarsi, lo farà. Magari i matrimoni aumenteranno se ripartirà anche l’economia».

Rispetto alla crisi finanziaria del 2010, però, una grande differenza c’è. «Mentre nella crisi finanziaria ci poteva essere l’idea di tornare alla normalità precedente», spiega Alessandro Rosina, «ora invece c’è una nuova normalità tutta da costruire su basi diverse. Il che potrebbe anche essere una opportunità per superare vecchi vincoli e resistenze». Cosa farà la differenza? «Se metteremo o meno le nuove generazioni nelle condizioni di partecipare in modo pieno alla ricostruzione del Paese su basi nuove per far partire un nuovo processo di sviluppo da protagonisti. Cosa che i ventenni e i trentenni del dopoguerra hanno avuto la possibilità di fare».

Dai millennial, davanti alle possibilità ridotte e alle resistenze dei più vecchi, finora è mancata la spinta collettiva. Una generazione frammentata, che sulle spalle dei genitori si è dovuta per forza appoggiare. «Dopo la discontinuità prodotta dal Covid, o riusciamo ad entrare con loro nei processi più promettenti di produzione di nuovo benessere di questo secolo», conclude Rosina, «o ne rimarremo definitivamente esclusi. È però una scommessa che dobbiamo fare, ma mettendo anche i Millennial nella condizione migliore di vincerla per tutti noi».

FONTE: LINKIESTA.IT