Danilo Taino per www.corriere.it

13 marzo 2020 10:26

I negozi cinesi nel nostro Paese hanno chiuso per primi anche perché “l’ufficio d’oltremare”, che esiste dal 1978, ha dato l’ordine di abbassare il profilo e evitare di apparire come untori – la preoccupazione maggiore era che tra le comunità all’estero e i Paesi che le ospitano si creassero conflitti, cosa che avrebbe danneggiato l’immagine di Pechino…

I cinesi sono un passo avanti: hanno «armi magiche». Non si limitano a mandare aiuti all’Italia. Ben prima che il governo di Roma e le autorità regionali imponessero le misure contro il coronavirus, una parte consistente delle loro attività nel nostro Paese si è bloccata. Gran parte dei ristoranti ha chiuso. I centri di manicure hanno fatto lo stesso.

A Prato, una delle più grandi comunità, i 2.500 cinesi che avevano visitato la patria d’origine per il Capodanno si sono autoimposti la quarantena e hanno organizzato turni di uscita per fare la spesa: obiettivo raggiunto, non contagiare la città. Negozi hanno abbassato la saracinesca da Milano ad Alghero, da Sanremo all’intera Campania. Quasi una solidarietà spontanea verso l’Italia e verso la Cina in affanno.

Spontanea ma anche indotta, a dire il vero. Da quello che ha ricostruito il Corriere, l’indicazione alle comunità cinesi in Italia (e nel resto del mondo) di abbassare il profilo e di evitare assolutamente di apparire come portatori di virus è venuta da Pechino. Una volta scoppiata l’epidemia a Wuhan, i vertici del Partito Comunista e del governo si sono posti, tra gli altri problemi, quello delle cosiddette comunità cinesi d’oltremare: si tratta di sessanta milioni di persone di origine cinese che vivono in ogni continente.

Il rischio individuato dagli uomini del presidente Xi Jinping non era solo la possibilità che contro i connazionali ci fossero, con l’alibi del virus, episodi di razzismo. La preoccupazione maggiore era che tra le comunità cinesi all’estero e le comunità locali si creassero conflitti, scoppiassero tensioni.

Ciò avrebbe influito negativamente sull’immagine e sulla reputazione della Cina in tutto il mondo: scontri del genere avrebbero acceso una luce ancora più forte sulle responsabilità di Pechino nel mancato controllo delle prime fasi dell’epidemia. Andava evitato: le overseas communities andavano guidate e gli strumenti per farlo c’erano.

Sin dalla presa del potere delle truppe di Mao Zedong, nel 1949, a Pechino esiste un’organizzazione responsabile di tenere i rapporti con le comunità cinesi all’estero. Nel tempo, ha preso diverse forme: nel 1978, ha assunto il nome di Ufficio per gli Affari dei Cinesi d’Oltremare e nel 2018, in piena era Xi Jinping, si è fusa con il Dipartimento di Lavoro per il Fronte Unito, alle dipendenze del Comitato Centrale del Pcc.

Il Fronte Unito fu un veicolo voluto da Mao sin dai tempi della lotta per la conquista del potere: egli stesso lo definì una delle tre «armi magiche» per estendere l’influenza del partito. Si tratta di un’organizzazione che raccoglie attorno al Pcc altre forze sociali e politiche favorevoli alla politica ufficiale, in Cina e tra le comunità cinesi all’estero. Salito al potere nel 2012, il presidente Xi ne ha rafforzato il ruolo e gli ha dato più risorse, sia economiche che di personale: allo scoppio dell’epidemia si è mosso.

La diaspora cinese, detta anche Bamboo Network, non è affatto omogenea, sia essa nel resto dell’Asia, negli Stati Uniti, in Europa. Pechino la ritiene però fondamentale per fare avanzare i suoi interessi: per difenderne l’immagine di Paese stabile del quale fidarsi, per aprire porte attraverso le relazioni, per aiutare a convincere i governi a partecipare alla Belt and Road Initiative, la Nuova Via della Seta.

Soprattutto, i circa 15 milioni di cinesi che hanno lasciato la madrepatria dal momento dell’apertura della Cina al mondo e delle riforme economiche di Deng Xiaoping, alla fine degli Anni Settanta, sono politicamente più vicini ai vertici del Partito Comunista. Ma, in generale, l’obiettivo di Pechino è quello di avere un’egemonia sulle comunità estere. Nell’agosto 2018, Xi ha rivolto un appello diretto ai cinesi d’oltremare: «Ricordate la chiamata del partito e del popolo, diffondete la voce cinese, sostenete lo sviluppo del Paese, salvaguardate gli interessi nazionali».

Scoppiata la crisi del coronavirus, andavano mobilitate per evitare danni di reputazione. In febbraio, Cui Aimin, il capo del dipartimento degli affari consolari presso il ministero degli Esteri di Pechino, ha invitato pubblicamente i membri della diaspora a contattare le ambasciate e i consolati cinesi nei Paesi in cui vivono.

Presidi diplomatici che già da gennaio hanno fatto pressioni sulle comunità per tenere un profilo il più basso possibile nella fase del virus: sparire per evitare conflitti e non intaccare l’immagine di forza stabile e benefica coltivata negli anni dalla Cina nel mondo. Ora che il picco sembra passato anche a Wuhan, Pechino passa dalla modalità difensiva a quella propositiva: manda aiuti (non solo in Italia) e cerca di riscrivere la narrativa della crisi per dire che è il modello cinese quello che vince contro il virus. «Armi magiche» in funzione.

FONTE: DAGOSPIA